“Non siamo qui semplicemente per chiudere un tempo speciale, ma per raccoglierne il frutto, affinché ciò che lo Spirito ha iniziato e già operato in noi continui a vivere nella quotidianità delle nostre famiglie, delle nostre comunità, del nostro presbiterio, della nostra Chiesa diocesana”. Con queste parole mons. Andrea Bellandi, vescovo di Salerno‑Campagna‑Acerno, ha aperto l’omelia della solenne celebrazione, tenutasi nella Cattedrale di San Matteo ieri, 28 dicembre, che ha segnato la conclusione ufficiale nella diocesi salernitana dell’anno giubilare, dedicato, per volere di Papa Francesco, alla speranza.
“La Parola di Dio ci consegna oggi l’icona della Santa Famiglia di Nazaret e ciò non è affatto privo di significato per la chiusura di un anno dedicato alla speranza – ha continuato il presule –. Infatti, pur nella sua eccezionalità, la famiglia di Maria, Giuseppe e Gesù non è una famiglia – per così dire – “da cartolina”, non costituisce una rappresentazione famigliare astratta, idilliaca, ma una realtà cui non è risparmiata la fatica del quotidiano, il vivere in un contesto di ostilità, il dover compiere scelte difficili e impreviste. Una famiglia che conosce persino la fuga in un altro paese – oggi diremmo l’emigrazione – per salvarsi da chi la perseguita. La Santa Famiglia rappresenta allora un’espressione particolarmente eloquente di quello che significhi sperare in Dio che non è il facile ottimismo di quando le cose volgono al meglio, o l’ingenua fiducia che ‘domani cambieranno le cose’; è invece quella speranza che va oltre la logica umana e si radica nella fede in Dio e nella sua promessa.
Oggi, nella festa della Santa Famiglia, ciò che abbiamo celebrato nel Giubileo è chiamato ad entrare nel nostro quotidiano, nella vita ordinaria delle nostre case…
Ogni gesto di fedeltà e amicizia coniugale, ogni figlio accolto con gratitudine, ogni anziano accompagnato con pazienza, ogni perdono reciproco accordato è un atto di speranza, una piccola profezia di futuro”.
Nel suo intervento, mons. Bellandi ha invitato, inoltre, a non considerare la chiusura dell’anno giubilare come un punto fermo, ma come un passaggio che interpella la responsabilità di ciascuno:
“Non possiamo archiviare questo Giubileo come un evento celebrativo, ma dobbiamo trasformarlo in stile di vita, in scelta quotidiana di fede, di servizio e di ascolto reciproco” e ha terminato l’omelia citando un passaggio tratto dal magistero di Papa Francesco: ”Eleviamo il cuore a Cristo, per diventare cantori di speranza in una civiltà segnata da troppe disperazioni.
Con i gesti, con le parole, con le scelte di ogni giorno, con la pazienza di seminare un po’ di bellezza e di gentilezza ovunque ci troviamo, vogliamo cantare la speranza, perché la sua melodia faccia vibrare le corde dell’umanità e risvegli nei cuori la gioia, risvegli il coraggio di abbracciare la vita. Di speranza, infatti, abbiamo bisogno, ne abbiamo bisogno tutti. La speranza non delude, non dimentichiamo questo. Ne ha bisogno la società in cui viviamo, spesso immersa nel solo presente e incapace di guardare al futuro; ne ha bisogno la nostra epoca, che a volte si trascina stancamente nel grigiore dell’individualismo e del “tirare a campare”; ne ha bisogno il creato, gravemente ferito e deturpato dagli egoismi umani; ne hanno bisogno i popoli e le nazioni, che si affacciano al domani carichi di inquietudini e di paure, mentre le ingiustizie si protraggono con arroganza, i poveri vengono scartati, le guerre seminano morte, gli ultimi restano ancora in fondo alla lista e il sogno di un mondo fraterno rischia di apparire come un miraggio.
Ne hanno bisogno i giovani, spesso disorientati ma desiderosi di vivere in pienezza; ne hanno bisogno gli anziani, che la cultura dell’efficienza e dello scarto non sa più rispettare e ascoltare; ne hanno bisogno gli ammalati e tutti coloro che sono piagati nel corpo e nello spirito, che possono ricevere sollievo attraverso la nostra vicinanza e la nostra cura. E, inoltre, di speranza ha bisogno la Chiesa, perché, anche quando sperimenta il peso della fatica e della fragilità, non dimentichi mai di essere la Sposa di Cristo, amata di un amore eterno e fedele, chiamata a custodire la luce del Vangelo, inviata a trasmettere a tutti il fuoco che Gesù ha portato e acceso nel mondo una volta per sempre”.
La celebrazione si è conclusa con l’annuncio di un percorso pastorale che raccogliendo l’eredità dell’anno giubilare intende tradurla in gesti concreti di prossimità attraverso tre linee guida: continuare uno stile di accoglienza e prossimità, custodire con particolare cura la pastorale familiare e educare i giovani a una speranza fondata, capace di futuro.



