Lettera che l’Arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno, S.E. Monsignor Andrea Bellandi indirizza a tutti i fedeli, a conclusione del suo “pellegrinaggio” in 10 Foranie e circa 160 Parrocchie, in occasione della Visita Pastorale

                                                                                                                                                                       Salerno, 24 aprile 2026

A tutto il Popolo di Dio dell’Arcidiocesi

Carissimi/e,

con la Domenica delle Palme di quest’anno è terminata la Visita pastorale sinodale, da me indetta il Mercoledì delle Ceneri del 2023 e, di fatto, aperta con una concelebrazione eucaristica a Bivio Pratole il 24 settembre dello stesso anno. Due anni e mezzo di cammino vissuto nelle Parrocchie e comunità della nostra Arcidiocesi, che mi hanno permesso di incontrare, ascoltare e conoscere tantissime persone e realtà: bambini e ragazzi del catechismo, insieme ai loro genitori e catechisti; studenti delle scuole con i docenti e i dirigenti scolastici; anziani e ammalati, da me visitati nelle loro case o presso alcune strutture di accoglienza; realtà imprenditoriali tra le più significative del territorio, così come associazioni ed enti del terzo settore operanti in vari ambiti: dall’assistenza sociale, allo sport, all’educazione giovanile, alla carità; istituzioni pubbliche, quali amministrazioni comunali e autorità di pubblica sicurezza; e, in ogni incontro, la vicinanza dei sacerdoti, dei diaconi, dei religiosi e delle religiose.

Avrò modo, nei mesi prossimi, di inviare alle diverse comunità alcune indicazioni di natura pastorale, emerse a seguito della Visita, ma desidero condividere già da ora alcune impressioni generali, frutto di questo mio lungo “pellegrinaggio” che ha toccato le 10 foranie e le circa 160 Parrocchie dell’Arcidiocesi. Devo dire, innanzitutto, che è stata per me un’esperienza molto bella e significativa, nella quale ho potuto constatare come – pur dentro un contesto molto cambiato negli ultimi decenni, che vede rapidamente avanzare un processo di scristianizzazione in vasti settori della società – il nostro popolo è ancora in larga misura segnato da quell’eredità ricevuta in dono dalle generazioni precedenti alla nostra, che hanno trasmesso un cristianesimo popolare, “incarnato” nella vita quotidiana e strettamente legato alla Chiesa e ai suoi pastori.

Certamente una diversità si nota tra la fede vissuta nei piccoli centri – dove la fedeltà alle tradizioni e la pietà popolare segnano ancora fortemente l’identità della comunità – e quella delle realtà più cittadine, maggiormente toccate dal fenomeno della secolarizzazione. Tuttavia, tanto nei primi quanto nelle seconde, ho sempre incontrato persone e gruppi – catechisti, collaboratori parrocchiali, nuclei familiari, membri di associazioni e confraternite – assai legati alla vita ecclesiale e desiderosi di offrire il proprio contributo per far crescere le rispettive comunità nella fede e nello slancio pastorale; il cammino sinodale, per loro, ha significato un’occasione propizia di confronto e uno stimolo per aprirsi ad orizzonti più vasti. Non posso non menzionare a questo proposito – esprimendo al contempo viva gratitudine nei loro confronti – il grande lavoro svolto con entusiasmo dai referenti sinodali, che nelle Parrocchie sono stati dei saldi punti di riferimento, sia per lo svolgimento del Cammino sinodale, sia per la mia Visita pastorale. È questo un patrimonio che non dobbiamo permetterci di lasciar cadere, ma che al contrario occorre valorizzare, anche perché non raramente essi sono stati capaci di tessere proficue relazioni tra comunità diverse e rappresentano, perciò, un terreno significativo sul quale impostare un futuro lavoro pastorale comune.

Come ho avuto modo di dire durante l’omelia nella recente Messa crismale, abbiamo quindi – nella nostra Arcidiocesi – un laicato che esprime molteplici doni e risorse, sia a livello di singole persone, sia a livello di associazioni, gruppi e movimenti; appare, al contempo, sempre più evidente che la trasmissione della fede alle future generazioni non dipenderà solo dal ruolo svolto dal clero, pur fondamentale, ma da come sapremo sempre più coscientemente responsabilizzare e coinvolgere tutto il popolo santo di Dio in un compito così fondamentale, come ha ricordato recentemente Papa Leone al Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita: «Non è il sacerdote da solo, o un catechista o un leader carismatico, che genera alla fede, ma la Chiesa, la Chiesa unita, viva, fatta di famiglie, di giovani, di celibi, di consacrati, animata dalla carità e perciò desiderosa di essere feconda, di trasmettere a tutti, e soprattutto alle nuove generazioni, la gioia e la pienezza di senso che vive e sperimenta» (6 febbraio u.s.). Ancora il Santo Padre, durante l’Udienza generale dello scorso 1º aprile, ha detto: «Il popolo santo di Dio, dunque, non è mai una massa informe, ma il corpo di Cristo o, come diceva Sant’Agostino, il Christus totus: è la comunità organicamente strutturata, in forza della relazione feconda tra le due forme di partecipazione al sacerdozio di Cristo: sacerdozio comune dei fedeli e sacerdozio ministeriale […]. Come non ricordare, a questo proposito, San Giovanni Paolo II e la sua Esortazione apostolica Christifideles laici (30 dicembre 1988)? In essa egli sottolineava che “il Concilio, con il suo ricchissimo patrimonio dottrinale, spirituale e pastorale, ha riservato pagine quanto mai splendide sulla natura, dignità, spiritualità, missione e responsabilità dei fedeli laici. E i Padri conciliari, riecheggiando l’appello di Cristo, hanno chiamato tutti i fedeli laici, uomini e donne, a lavorare nella sua vigna” (n. 2). […] È l’invito ad essere quella Chiesa in uscita di cui ci ha parlato Papa Francesco: una Chiesa incarnata nella storia, sempre aperta alla missione, in cui tutti siamo chiamati a essere discepoli-missionari, apostoli del Vangelo, testimoni del Regno di Dio, portatori della gioia del Cristo che abbiamo incontrato!».

Cari fratelli e sorelle, questa è proprio la sfida che attende la nostra Chiesa nei prossimi anni, a partire dal cammino sinodale vissuto e dalla mia Visita pastorale: rendere le nostre comunità luoghi nei quali l’annuncio del Vangelo sia corresponsabilmente – clero, religiosi e laici insieme – pensato, organizzato e vissuto; facilitare il diffondersi dello “stile sinodale” caratterizzato dall’ascolto, dal dialogo e dalla comunicazione di esperienze, che aiuta tutti a crescere, non solo personalmente ma comunitariamente, nell’esperienza della fede; oltrepassare una concezione autosufficiente e “autocentrata” delle nostre singole realtà ecclesiali – oggi del tutto anacronistica -, sviluppando invece relazioni a livello territoriale, foraniale e diocesano, che portino ad un arricchimento reciproco e rendano visibile quell’unità alla quale Gesù stesso ha legato l’efficacia e la credibilità della testimonianza cristiana (cfr. Gv 13,35; 17,23).

Termino ringraziando in particolar modo i Convisitatori, i quali – insieme ai Parroci, ai Consigli pastorali e ai referenti sinodali – si sono spesi in questi anni per organizzare al meglio le mie Visite nelle Parrocchie, precedendole con vari incontri di preparazione e coordinandole con i miei altri impegni diocesani: il Signore vi ricompensi. Da ultimo, ma in realtà prima di ogni altro pensiero, il mio ringraziamento non può non indirizzarsi a coloro ai quali, fin dall’inizio, ho affidato gli esiti della mia Visita pastorale: la Vergine Maria e i nostri Santi Patroni Matteo, Antonino e Donato. Nella preghiera scritta espressamente per questa Visita – e che ne ha scandito i passi – veniva loro chiesto che accompagnassero il nostro cammino, “così da portare frutti di vita nuova in noi e nell’intera nostra Arcidiocesi”. Ritengo che ciò sia provvidenzialmente accaduto, anche al di là di ogni umana aspettativa. Per questo li ringrazio, pregando affinché accompagnino e guidino anche il fiorire pastorale di quanto fino ad oggi seminato, confidando nella promessa evangelica del “centuplo”.

                                                                                                                                                                                                                          Benedico voi tutti di cuore

                                                                                                                                                                                                                            Andrea Bellandi

                                                                                                                                                                                                                         Arcivrscovo